Un figlio, un padre e un friscalettu: la storia di Antonio Putzu

Ogni artista possiede, chi più chi meno, delle affascinanti storie di vita da raccontare. C’è chi ha ricordi offuscati e chi, invece, limpidi ed impressi nella memoria. Ricordi legati all’infanzia, alla famiglia e alla scintilla che ha fatto scattare l’amore per la musica. L’intimo racconto confidatoci personalmente da Antonio Putzu è, perfettamente, uno di questi preziosi casi.

Antonio, nato il 18 novembre 1981 a Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, oggi è un affermato musicista, da sempre innamorato del flauto di canna, in siciliano conosciuto come u friscalettu. La sua passione fu tale da dedicare allo strumento la propria Tesi di Laurea in Discipline della Musica nel 2006 dal titolo “Il flauto di canna nel messinese”, seguito dal Professore Sergio Bonanzinga.

Scendendo in profondità, Antonio ci ha confidato, commosso, che l’interesse per il friscaletto gli fu trasmesso dal padre, Pietro Paolo Putzu, ricomponendo tutti i tasselli di una dolcissima storia familiare e di un rapporto emotivo, artistico e singolare tra un talentuoso ragazzino, un ottimo padre, ed un potente strumento musicale. Antonio iniziò a fare musica suonando il clarinetto e si approcciò agli esordi al friscaletto nel corso delle scuole medie, quando si costituì nel contesto scolastico il “Gruppo Folkorico Logano”. In virtù di tale occasione, il padre lo accompagnò da un vecchio maestro e costruttore che gli impartì due lezioni e, soprattutto, gli vendette il suo primo friscaletto personale. “Ricordo che era in plastica – dice Antonio- e che lo pagai 80.000 Lire, una somma abbastanza alta per l’epoca e per le caratteristiche dello strumento che non era particolarmente pregiato poiché non in canna”. Dopo quel fatto, figlio e padre furono totalmente attratti dallo strumento: il primo iniziò ad esplorarne la resa musicale ed il funzionamento, il secondo, incuriosito dal fatto che uno strumento così piccolo potesse avere un tale valore economico, iniziò a costruirli. Ricorda Antonio: “Mio padre provò a costruire i primi flauti senza molte nozioni, pensando che fosse abbastanza semplice realizzare dei fori su un piccolo segmento di canna e un becco dove potere soffiare. Si rese conto immediatamente che dietro un piccolo strumento grezzo c’è un mondo da scoprire”.

La loro passione condivisa crebbe sempre di più e li condusse in giro per la Sicilia mano nella mano, alla ricerca di fabbri che potessero colmare i loro dubbi sulla costruzione dello strumento. “Per me –continua- questo fu un prezioso modo per conoscere gli altri musicisti di questo magnifico strumento. In più, non passava giorno che mio padre, al ritorno da scuola, non mi facesse trovare un friscaletto nuovo da provare, testare, accordare. Quello che caratterizzava l’amore di mio padre per la musica andava oltre la conoscenza tecnica: non sapeva distinguere un suono crescente da uno calante né riconoscere scale o accordi, ma sviluppò una capacità di costruzione che superava ogni tipo di barriera tecnica anche se, in merito all’accordatura finale dello strumento, ero io a dare l’ok”. Si consolidava, dunque, un gioco spalla a spalla, un rapporto di reciproca stima e fiducia negli specifici talenti posseduti dall’uno e dall’altro, il costruttore e il musicista.

Oggi, Pietro Paolo Putzu costruisce e spedisce in tutto il mondo i suoi flauti e Antonio, ogni volta che può, torna nella sua tanto amata Barcellona Pozzo di Gotto, dove, oltra a respirare aria di casa, si tuffa nel passato provando tutti gli strumenti del padre, tornando a chiacchierare con lui e cercando insieme un confronto sui nuovi problemi legati al mercato della costruzione dello strumento e alla cultura musicale.

L’impegno attuale di questa famiglia è quello di combattere per la rivalutazione del friscaletto e la sua difesa da un punto di vista storico, geografico, artistico e culturale. Per loro, non si tratta solo di uno strumento, ma di uno dei più importanti simboli della loro terra e del loro –speciale- legame sanguigno.

Elena D’Angelo

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